Maria Josè Siri, soprano libero

DI GINO MORABITO

Il palcoscenico è la sua vita, i maggiori teatri la reclamano, i fan la vezzeggiano. Combinando una vocalità d’acciaio con lirismo e pathos, è diventata un’artista fra le più apprezzate nella scena internazionale vantando un repertorio operistico in costante espansione.

Figlia del Sudamerica, frequentatrice del jazz e del mate, si è diplomata pianista. Dappoi fede, determinazione e un appuntamento col destino hanno fatto di Maria José Siri un soprano libero.

È nata in Uruguay da antenati di origini italiane.

«Non sono stata per niente viziata, anzi mio padre e mia madre, che provenivano da famiglie numerose, mi hanno insegnato il valore del sacrificio; il rispetto per gli altri, la verità, l’onestà; a donare generosamente qualcosa, anche un piccolo gesto, un sorriso, senza aspettarsi nulla in cambio. Soprattutto mi hanno insegnato a ringraziare per ciò che si ha e a sognare.»

Un aneddoto in particolare definisce la sua infanzia.

«Quando avevo quattro anni mio padre mi regalò un piccolo piano fatto di legno, in cui i tasti bianchi si abbassavano correttamente ed emettevano un suono mentre quelli neri erano semplicemente dipinti. Un giorno, indispettita dal fatto che la pianola non suonasse correttamente, presi un martello e la distrussi, chiedendo poi a mio padre di comprarmene una vera.»

Inaspettatamente il pianoforte.

«Mi ricordo di essere uscita in terrazzo a vedere come, in dieci uomini, con delle tavole di legno su cui fare leva, lo spostassero a fatica dal camion per trasportarlo su al primo piano. Impiegarono diverse ore per posizionare il pianoforte in camera mia, ma alla fine era lì. Meraviglioso.»

Ha iniziato a leggere prima la musica che le parole.

«Quando compii cinque anni fui mandata dalle suore del paese perché i miei non ce la facevano più a sentirmi suonare il pianoforte tutto il giorno senza sosta. Per anni il mio unico gioco è stato suonare, inventarmi le canzoni, realizzare piccole composizioni per i miei compagni di scuola.»

Sarebbe dovuta diventare concertista.

«Mi sono diplomata in Uruguay molto presto ma non riuscivo a suonare tutti i programmi a memoria, così cambiai genere, iniziai a studiare il sassofono perché ero innamorata del jazz. Un giorno ci fu un cambio di orario e invece che alla lezione di sassofono capitai per caso ad una di canto lirico. Fu lì che mi prese il “virus” dell’opera. Sì, perché, quello dell’opera, è stato e sarà sempre il virus più importante della mia vita.»

Foto di Michele Monasta

Si è fatta le ossa con ruoli “d’acciaio”, ruoli dove non si smette di cantare per un’ora e mezza o che prevedono comunque una lunga permanenza sulla scena.

«Negli anni ho temprato le mie performance sul palco cantando all’aperto, dove si mette a dura prova il fisico. La vera difficoltà che s’incontra sta tutta nell’economia dell’energia ed è il primo aspetto che prendo in considerazione quando comincio a studiare un ruolo. Com’è accaduto per il personaggio verdiano di Abigaille, molto sfaccettato, pieno di contrasti, e per questo così interessante.»

È Abigaille in Nabucco, uno dei ruoli sopranili più temuti. La stessa opera verdiana nella quale quel “Va, pensiero, sull’ali dorate”, collocato nella sua parte terza, è diventato sinonimo di libertà.

«Io mi definisco un “soprano libero”. Sono libera perché non mi limito a cantare esclusivamente un repertorio ma voglio esplorare tutte quelle che sono le mie possibilità, non solo vocali ma anche interpretative. Sono libera perché non ho la fretta del tempo e non risento di pressioni esercitate sulle scelte di esibirmi in un teatro o nell’altro a seconda della direzione artistica. Non tollero dittature di alcun genere, prediligendo invece il dialogo e il confronto.»

Ha dimostrato di essere interprete di massima referenza, e non solo per la rigogliosa vocalità ma anche per un’emissione di un suono pieno e rotondo. Ciononostante, per Maria José Siri, non è quello il vero successo.

«Per me il successo non è rappresentato dalle recensioni lusinghiere che possono dedicarmi i giornali e le riviste, né dall’applauso fragoroso del pubblico. Il vero successo è qualcosa di molto intimo. È quel momento quando torno a casa (ovunque essa si trovi), smetto i panni del personaggio che ho interpretato sul palco, mi strucco per bene il viso, faccio un bel bagno rilassante, mi metto comoda. In quel preciso istante quando mi siedo – intorno c’è solo silenzio – e sento di aver dato tutto, ecco, mi sento felice. È una sensazione molto intima, che non si può provare in mezzo a tanta gente, quanto piuttosto in solitudine, alla fine dello spettacolo. Sono quelle ore in cui non riesco a prendere sonno perché sono ancora emozionata e ho l’adrenalina in circolo.»

 

Foto di Michele Monasta

Riuscire a provare quella felicità che ha a che fare con uno stato di coscienza del presente.

«Non c’è nessun momento così presente come quando si canta. Incanalare tutta la propria vita in un unico corso dove confluiscono mente, corpo e anima. È quel momento che ci fa rasentare la divinità, una sensazione di estasi che va ben oltre la felicità.»

Ricercare il divino. Nel concetto più astratto, e allo stesso tempo concreto, che si possa immaginare.

«La musica è collegata a qualcosa molto più grande di noi e ci accomuna in un unico linguaggio universale. Non ricerco la perfezione, quella esiste come percorso, come esercizio di umiltà nei confronti del divino, della potente forma di energia insita nella musica. Che sia una lacrima od un sorriso, attraverso il mio canto, cerco sempre di lasciare quell’emozione che fa stare bene chi mi ascolta.»

Stare bene, sentirsi a proprio agio con sé stessi. Può risultare utile l’esercizio dello specchio, una pratica a cui siamo abituati fin da piccoli, quando cominciamo a chiederci chi siamo, che ci facciamo qui, dove vogliamo andare.

«Scorgo una bambina ribelle, e un po’ lo sono rimasta tutt’ora. La mia personalità schietta, libera, in passato mi ha portato non pochi problemi, ma adesso ho imparato a dosare nel modo giusto questo lato del mio carattere. Osservo anche una mamma, anzi è la prima Maria che vedo. Sento forte la responsabilità di genitore che permea la mia vita. Tutte le Marie riflesse allo specchio concorrono a definire al meglio le caratteristiche dei personaggi che porto in scena: ora la madre, la figlia, ora l’indomita eroina. Quando mi guardo allo specchio vedo tutto il mio vissuto, e sorrido.»

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