Urlata, difesa, anelata, Marco Masini canta la vita

DI GINO MORABITO

Quando fece sentire Ci vorrebbe il mare a suo zio, che aveva ottantaquattro anni, gli disse che sembrava soltanto frastuono. Poi quella canzone la interpretò una strepitosa Milva regalando un’emozione ancora più forte. Con quella sua voce graffiata il cantautore fiorentino ci sbatte in faccia la verità di una poetica che apre un nuovo ventaglio di stati d’animo, di sensazioni. Non più cuore-amore ma ci vorrebbe il mare e, per estensione, la libertà.

Urlata, difesa, anelata, Marco Masini canta la vita, il passaggio generazionale, lo smarrimento dei suoi anni fino a crescere e capire, alla fine, quello che oggi gli insegna la maturità.

Nel 1990 veniva pubblicato l’album Marco Masini, l’hic et nunc di un ventiseienne cantautore toscano che si affacciava alla ribalta nazionale con l’urgenza di comunicare sé stesso in un’Italia in profonda trasformazione. A distanza di trent’anni lo stesso ragazzo di ieri, ma con la consapevolezza di chi ha superato il giro di boa dei cinquanta.

«Ho solo subito un’evoluzione naturale che parte dalla mia adolescenza, da quello che ho imparato quand’ero piccolo, nei locali dove andavo a suonare, in famiglia, dalla malattia di mia madre fino alla ricerca di una vita sociale, la scelta degli amici, le delusioni, tutti aspetti che fanno parte della vita, che ti formano e ti cambiano anche a livello musicale.»

Rendersi conto di aver scritto una canzone che stava rappresentando un mondo. Disperato ha dato voce a quella che era una generazione “sbagliata, senza via d’uscita”; oggi invece c’è una generazione smarrita…

«… soprattutto da un punto di vista politico. Credo sia un momento di profonda riflessione per i giovani che si aspettano dei leader preparati, carismatici. Io provengo dall’esperienza dei grandi uomini politici come Berlinguer, Almirante, De Gasperi, Andreotti, persone che comunque riuscivano a dare segnali importanti e avevano un certo tipo di credibilità anche verso i giovani. Ed è proprio questo che oggi sta mancando.»

Vivere il proprio tempo cercando di imparare da quelli che sono i cambiamenti e provare ad allinearsi.

«Non è facile perché, chi viene come me dagli anni Sessanta, non si allinea in un attimo, però cerco di farlo con impegno. Questo non solo nella musica, non solo nella professione, ma anche nei rapporti interpersonali, nell’amore, in tutto ciò che fa parte di quelle esigenze in continua evoluzione anch’esse.»

L’unica paura è quella di non aver costruito una famiglia.

«Non mi fanno paura i cambiamenti. Forse, sentire un giorno la necessità di avere una persona accanto, che mi possa rendere felice anche nei momenti di maggiore difficoltà come la vecchiaia o la solitudine. Non avendo avuto figli, credo mi faccia più paura il non sapere con chi confrontarmi, a chi credere domani, su chi investire, a chi lasciare tutto ciò che ho costruito fino ad oggi.»

Nato nel rione del Ponte Rosso a Firenze, è affezionato al Giardino dell’Orticultura. Ogni volta che lo rivede annusa il momento più bello della sua vita: l’incoscienza, l’inconsapevolezza, l’adolescenza.

«L’immagine più nitida che ho di quel periodo è quando ci litigavamo il pallone. Perché, quando ti litighi il pallone, vuol dire che va tutto bene. Avevamo dodici anni, forse tredici, e mi ricordo che abbiamo fatto anche a cazzotti per il pallone. Questo vuol dire amare veramente la vita ed essere pienamente cosciente, o forse incosciente, che quei momenti non torneranno più.»

Un padre, un figlio, una sorella. Come la grande squadra che si ritrova con un uomo in meno e vince ugualmente la partita.

«Mio padre è sempre stato un eroe perché, nonostante sia rimasto solo a cinquant’anni, è riuscito a plasmare mia sorella a tredici e a farla diventare mamma nei miei confronti. Credo che mio padre sia stato un uomo molto forte e abbia saputo gestire al meglio la nostra famiglia.»

Poter tornare indietro nel tempo, a quel 1984 in cui tutto è precipitato. Spostare la vita di un secondo per riuscire a vederla.

«Non ho mai smesso di credere è che un giorno rivedrò mia madre. È una bugia – ne sono sicuro – però faccio finta di crederci.»

Persone, affetti, che resteranno per sempre.

«I miei genitori resteranno per sempre. I miei genitori e Giancarlo Bigazzi che mi ha dato la possibilità di fare questo mestiere. Loro tre mi hanno regalato qualcosa che potrò sfruttare nel tempo: la consapevolezza di ciò che sono e di quello che succederà.»

Tifoso della Fiorentina, è cresciuto con i valori dell’educazione e del rispetto degli altri, e con la grande passione per ciò che si ama.

«Quella passione che va continuamente alimentata e non si deve dare ascolto a chi ti consiglia qualcosa che non rispecchia il tuo modo di vedere. Credo, invece, che si debba andare avanti con la convinzione e il valore che, se ti impegni in quello che ami, alla fine ce la puoi fare.»

Quel ragazzino che decide di abbandonare la scuola superiore per dedicarsi al conservatorio e alla musica.

«La verità è quella che sogni, non quella che stai vivendo. Non ce ne sono altre. Soltanto un obiettivo ti fa vivere, e io mi racconto sempre l’obiettivo che voglio raggiungere.»

Fare a meno di tutto tranne che di sé stesso.

«Amo me stesso sopra ogni cosa. Non si tratta di egoismo ma sono dell’idea che, per riuscire ad aiutare gli altri, sia necessario essere forti dentro. E a me piace aiutare qualcuno, i più giovani, magari con dei consigli, alla luce di una maggiore esperienza maturata negli anni, e parlo anche da un punto di vista professionale. Di me stesso non potrei fare a meno, non potrei sentirmi scarico, e non potrei fare a meno della musica perché non mi vedo dentro a nessun’altra cosa. Non potrei fare a meno neanche della gente perché non ha senso vivere se poi intorno non hai delle persone che ti amano, ti odiano, ti criticano e così ti aiutano a crescere. In fondo è sempre una sfida con te stesso. E non ci sarebbe nessun me stesso se non ci fossero gli altri.»

Il temperamento di un artista che non si è mai sottratto alla sfida.

«Ho perso tante volte ma mi sento sempre in guerra, in prima linea, e nessuna battaglia mi ha mai disarmato. Mi sono ferito, per certi aspetti indebolito, ma il mio temperamento non è mai cambiato. Così come non è mai cambiata quella voglia di sperimentare, di rafforzarmi, di pensare che la vita inizi sempre domani.»

 

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