“C’ero anch’io su quel treno” di Giovanni Rinaldi. Un libro, diverse storie e la solidarietà come filo conduttore

DI ROBERTO MAESTRI

Recensione di C’ero anch’io su quel treno – La vera storia dei bambini che unirono l’Italia, di Giovanni Rinaldi, Solferino Editore.

È un contenitore di storie questo libro, storie diverse con un unico filo conduttore: la solidarietà che spinse famiglie dell’Emilia, Toscana, Liguria e Marche a ospitare bambini del Sud, negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale fino ai primi anni cinquanta e di rimando, la stessa solidarietà che diede la possibilità a mamme e bambini dell’Emilia colpita dal terremoto del 2012, di poter passare un breve periodo lontani dalla tensione che le continue scosse generavano in quegli animi già molto provati.

Sono storie i cui fili si sono nuovamente annodati, insieme ad alte ancora in attesa, nella speranza di riallacciare quei nodi che molto hanno significato nelle persone che hanno vissuto quell’esperienza o ne hanno anche solo sentito parlare nei racconti dei loro familiari.
La vicenda poco nota è quella caratterizzata dalla forte mobilitazione da parte dell’UDI, l’organizzazione delle donne italiane interna al Partito Comunista, per dare sollievo a molte famiglie dell’Italia meridionale le quali vivevano in condizioni a dir poco disastrate all’indomani della fine della guerra ma non solo, ci furono anche le mobilitazioni per accudire i bambini lasciati soli a seguito degli arresti in massa in conseguenza delle rivolte contadine di San severo, in Puglia, nel 1950.

Sono molte le storie raccolte raccolte in queste pagine ciascuna con la propria peculiarità, dove emergono paure, nostalgie, affetti, rinunce e amore fra quanti, magari per pochi mesi, hanno condiviso vite diverse, mescolanza di dialetti, usanze e cibo differente quando quasi del tutto mancante.

Sono storie di bambini che provano a tracciare le proprie vite in nuove famiglie, con nuovi genitori anche provvisori, salvo alcuni casi in cui le sistemazioni non diventarono definitive.

Per di più sono storie di genitori che rinunciarono ai propri figli per qualche tempo, senza sapere neppure bene dove sarebbero andati a finire i loro figli, fra voci di parroci stravolti dalla propaganda anticomunista che sosteneva che i comunisti avrebbero mangiato i loro bambini o li avrebbero spediti in Russia e lettere rassicuranti inviate dalle famiglie ospitanti, piene di elogi per i loro figli.

E poi ci sono i bambini che affrontano un viaggio in treno, il più delle volte il primo viaggio per loro, in assenza dei genitori, in compagnia di altri bambini spaventati quanto loro, verso luoghi sconosciuti, incontro a ignoti potenzialmente minacciosi, avendo anche loro ascoltato le deliranti frasi della propaganda che delineava per questi bambini un destino di terrore che si rivelerà, ovviamente, del tutto infondato.

“Immagina un bambino, senza un cellulare, senza nulla, che viene messo su un treno e poi arriva a Imperia, dove non conosce nessuno, e lo prendono e lo portano a casa loro.
Io li ringrazierò per sempre.”

Fondamentale in questa vicenda è il ruolo delle donne e nello specifico le donne dell’UDI che hanno saputo prendere in mano un problema non troppo sentito dai vertici maschili del loro partito e che hanno portato avanti un’iniziativa del tutto inusuale nella pratica politica dell’epoca.

Inizialmente i vertici del partito avrebbero preferito privilegiare quei bambini provenienti da famiglie di provata fede comunista, mentre le militanti che avevano pensato il progetto non fecero distinzioni di fede o provenienza, l’unico requisito richiesto era dato dalla condizione di indigenza in cui versavano i bambini. Sembra una cosa semplice pensata con i parametri di oggi ma nel dopoguerra, anche nella sinistra il ruolo femminile, nonostante l’esperienza delle Resistenza, risultava ancora legato a schemi e stereotipi difficili da scardinare, non ultima la capacità di affermare proprie iniziative portandole avanti fino alla loro realizzazione.

“La Resistenza è stata raccontata più spesso dagli uomini, dai combattenti, e viene vista come parte e strascico di guerra, suo culmine e liberazione.
Le donne c’erano, operavano – anche combattendo, quando necessario –, accoglievano e nascondevano rifugiati, soldati, disertori, alleati, sbandati, resistenti.

Trasportavano, come staffette, cibo, armi, messaggi, dispacci drammatici e lettere d’amore. Rimanevano sole con i vecchi e i bambini, sole a proteggerli, quando il nemico sfondava le porte delle loro case. E i due eroismi, quello della battaglia e del sangue e quello della forza nel mantenere salda la comunità aggredita, sono stati spesso contrapposti e ha prevalso quello più «maschile».

Lungo è stato il cammino per raggiungere questo riconoscimento: del ruolo delle donne pari a quello degli uomini. O forse anche più lungimirante. Nel vedere e trovare, dopo la catastrofe, appigli, relazioni, legami, per ricostruire una società di pace.”

Il lavoro di Giovanni Rinaldi, lo storico che da anni porta avanti la ricerca su questo enorme quanto misconosciuto sforzo di solidarietà che ha contribuito anch’esso a unire l’Italia è proprio questo, una tessitura di relazioni, di incontri che si credevano perduti o, per dirla meglio con le sue parole in apertura del libro:
“Il filo conduttore dl mio impegno è stato forse proprio questo: essere mediatore, animatore di ricordi, sollecitatore di relazioni, traduttore di storie dalle lingue non scritte, scrittore delle parole dette ma mai ascoltate.

Ognuna di queste storie però, pur inserita in un grande flusso che sembra accomunarle. Rimane unica in sé, originale, resistente all’omologazione e all’appiattimento di un’analisi superficiale. Ogni bambino, con gli altri, ha vissuto una grande storia collettiva, ma anche affrontato la sua specifica storia personale, che conserverà nella memoria per sempre.”

Ed è proprio questa memoria il valore portante della ricerca contenuta in questo libro, ora che purtroppo il numero dei testimoni si va sempre più assottigliando per ragioni anagrafiche, una memoria che dovrà essere trasmessa da qui in avanti non solo da chi ha ascoltato direttamente le parole di chi ha vissuto quei momenti, ma anche da chi si troverà fra le mani questo documento così importante.

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