Gregor Samsa

DI GIOVANNI BOGANI

 

Poche ore prima, alle undici e mezza di sera, ero io la blatta. Nel pertugio strettissimo del sarcofago di plastica e ferro della risonanza magnetica. Dum dum dum, zeeet zeeet zeeet, ti-bum,
ti-bum, ti-bum, ta ta ta ta ta ta, boing boing boing boing, Rrrrrr Rrrrr Rrrrr, tippete tippete tippete tippete, mezz’ora infinita di musica techno house che era l’unica cosa da ascoltare, l’unica cosa da percepire.

L’unica cosa esistente, per mezz’ora. Un gruppo musicale di ragazzi che nel loro garage sperimentano suoni. John Cage e la sua musica sperimentale. La trenodia per le vittime di Hiroshima. Pong Pong Pong Pong – Trii Trii Trii Trii…

Alla fine è tutto ipnotico, sei in un sogno, immobile dentro un sarcofago, sepolto vivo come nei western dove vedi in soggettiva gli uomini che ti spalano addosso la terra, fino a chiudere l’inquadratura.

Mentre mi calavano nel cilindro, c’erano due infermieri sopra di me. Ho pensato al momento, inevitabile, in cui avrò degli infermieri e dei medici che si agitano sopra di me, che si gridano parole concitate, mentre io, sotto, me ne sto andando. Chissà come sarà, quel momento.

Ieri, la notte prima del sogno del treno, avevo sognato un altro viaggio. In un enorme transatlantico che andava in America. Ma chissà perché, faceva tappa a Denver, Colorado. Tutti i piroscafi approdano a New York. Il mio a Denver.

Tutti scendevano: il transatlantico si preparava a ripartire per l’Europa. Ma io avevo lasciato, anche in quel sogno, qualcosa nella mia cabina. C’erano migliaia di cabine, nel transatlantico vuoto di gente, pieno di letti disfatti. Cercavo la mia, girando per saloni dove la gente aveva ballato e mangiato, attraversavo corridoi dove c’erano decine di porte.

Accesa la luce, odore di candeggina come in un ospedale. All’inizio non l’ho visto. Ma Gregor Samsa era in mezzo alla stanza, sotto il tavolo. Non era più rapido, come prima. Non era Spinazzola, era diventato Chiellini. Si trascinava ciabattando, stordito dalla candeggina.

Ho preso il mocio, l’ho colpito come un cavaliere medievale con la lancia. Colpito, era a terra, sul dorso, muoveva le zampette. Mi ha fatto pena. Un altro colpo di mocio, e si dibatteva ancora. Non ho avuto il coraggio di finirlo. L’ho preso nella cassetta della spazzatura e l’ho gettato dalla finestra. Dio abbia pietà di lui.

Pubblicato da scrignodipandora

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