Il cugino di campagna

DI GIOVANNI BOGANI

 

Arriviamo in una sala d’attesa illuminata come un Gate di aeroporto. Un uomo aspetta, seduto. Istintivamente, premo il pulsante per ricevere un numero di prenotazione. Ma ci siamo solo io e lui.

Passo un’altra porta. Ora sono solo. C’è un uomo con un camice bianco. Riempie un formulario. “Quanto pesa lei?”. Non l’ho mai saputo. Dico “settantuno”. “Quanto?” “Settantuno”. Dall’altra stanza sento urlare: “Quanto pesa?”. Io e l’uomo col camice bianco, in coro: “Settantuno!”. L’uomo di là non ha capito. L’uomo col camice bianco, che ha i capelli come il cantante bruno dei Cugini di campagna, mi chiede di nuovo: “Quanto pesa?”.

Allora cambio. “Settanta chili”.
“Ah, bene, settanta” mi dice il Cugino di campagna.
“Settanta!” urla all’altro, nell’altra stanza.
E tutti sembrano più soddisfatti.
A volte, vedi, basta poco.

Forse ci sono dei pesi più adatti a essere scritti e altri meno. chi lo sa. In realtà, non so assolutamente quanto peso.

Poi passa all’interrogazione. Ho dei pacemaker? Porto schegge di metallo nel corpo? Ho una mano come Capitan Uncino? Schegge di granata della guerra del ’15-18? Quando arriva alla voce “cataratta”, mi dice “no, certo”, e invece gli dico che sì, le ho fatte tutte e due. Agli occhi ho una collezione completa di operazioni, distacchi di pezzi. Ma non gli interessa.

Mi chiede se ho allergie, e io ne ho di fortissime. “Ma non asma allergica, vero?”. No. Ormai mi lascio guidare da lui. E poi capisco che, se insisto sulle mie allergie, mi mandano a casa e arrivederci esame, sarebbe tutto inutile. Andiamo avanti.

Gli dico che ho fatto tutto come da istruzioni, che ho digiunato dalle 21 del giorno prima… E lui sobbalza. “Come, digiuna da ieri?”. “Sì, normalmente a pranzo non mangio”. “Ma come non mangia?” Sembra sinceramente preoccupato, quasi intenerito. “Ma la colazione l’ha fatta?”. “Caffè e biscotti”. Alza la testa dal foglio, e mi guarda come per dire: beato lei che ci riesce. Ho un fan.

Ho passato #l’esame, nuova stanza. Stavolta, una infermiera: una bella ragazza con i capelli neri lunghi, Anna Tatangelo. “Si tolga i pantaloni”, mi dice. Mi indica un camerino. “E si cambi la mascherina con quella che troverà”. Dentro l’attaccapanni c’è una strana mascherina senza ferretti, tutta immacolata. Ma ce n’è anche un’altra, una Pp2 normale, 2163, quelle fatte in Cina che abbiamo portato tutti quest’anno. “Ah, scusi, è la mia!” mi dice il Cugino di campagna. Come, la sua? Ma lasciano mascherine usate nei camerini? Vabbè.

L’infermiere, quello mosso a pietà dal mio digiuno, mi mette l’ago per il mezzo di contrasto. Guardo il muro: con gli aghi non ho mai avuto confidenza. E penso che qualcosa di fosforescente sta entrando dentro di me, brilla dentro il mio sangue, lascerà scie nel mio organismo. Mi stanno colorando, come con un evidenziatore. Sto diventando fluo, come i costumi da bagno di moda qualche anno fa. Ho paura che l’evidenziatore che mi sta entrando in circolo faccia qualche reazione strana. Ma quasi subito mi infilano nel tubo.

“Tenga le braccia strette lungo il corpo”. Sto sull’attenti, come il soldatino di piombo che cade lungo il fiume.

Passano i minuti, dentro il tubo. ZU-ZU-ZU-ZU, boot – boot – boot – boot, è difficile descrivere quei rumori. I suoni continuano. È come l’enorme dee jay session che c’è stata a Barcellona. Erano in diecimila a ballare. Qui sono solo, a ballare. Ogni tanto, il dee jay smette di mixare. Silenzio. È finita? No. Riprende, ma sincopato, tu-tum tu-tu-tu-tu tum tu-tum. A un certo punto non sento più il braccio dove l’infermiere ha messo l’ago. Né il braccio, né quella mano.

Poi, silenzio di nuovo. E il deejay non ricomincia. Mi tirano fuori. Ma sento Anna Tatangelo dire “Si è incastrato!”. Si è incastrato che cosa? Come? Quando? Perche?

Non saprò mai che cosa si è incastrato. Ma alfine uscimmo, a riveder le stelle. Anna Tatangelo mi chiede, per formalità, come va. vorrei raccontare tante cose, ma riesco solo a dire “Ma è già mattina, vero?”. Lei non sorride, probabilmente non ha ascoltato. La mia festa per essere uscito dal tubo, la mia battuta allegra, tutto già finito.

Il Cugino di campagna prende il suo zainetto, anche lui se ne viene via. Ero l’ultima rottura della giornata. Adesso è libero. E infatti, mi sorride. Fuori, la perla del #Rinascimento, già preda di ventenni che urlano, con una birra in mano, anche se in teoria c’è ancora il coprifuoco.

#storie#racconti#scrittori

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