Il PD sarà peggio dopo Zingaretti. La politica rimane a distanza dal Paese reale, anche il PD non fa eccezione

di Salvatore Salerno

Di un PD bisogna farne due. Non c’è altra soluzione, staremo con una parte dei due oppure non ci staremo più com’è più probabile. Molti che guardano a sinistra resteranno quasi orfani di un Partito che non c’è o, se c’è, troppo piccolo, fuori dal PD, ma almeno con posizioni chiare, distintive nel tutti insieme appassionatamente, per loro, per un’oligarghia politica, non secondo le aspettative degli elettori.
Tutti i nomi che si fanno per il nuovo segretario non cambiano la sostanza di un partito sbagliato, nato male nel 2008 e decresciuto peggio. Domenica un nuovo rito web, ridotto da due giorni a uno solo, di un’assemblea nazionale che rimane una somma di correnti miste, piccole e grandi, ma solo nei gruppi dirigenti e parlamentari nominati. Lontani dal Paese reale e, come ha già detto Zingaretti, più interessati alle poltrone.
Da lunedì avremo un segretario nazionale PD incolore e pressoché inutile, donna o uomo che sia. Fra tutti meglio Enrico Letta, ma anche lui, se sarà, sarà il frutto di un accordo di vertice, vero o finto, nemmeno dell’assemblea telematica o iscritti con qualche voce in capitolo, nome anticipato prima del rito domenicale. Un accordo premonitore di nuove destabilizzazioni, provenienti sempre dalla stessa parte e che si manifesteranno presto. Naturalmente preceduto da un “Enrico stai sereno”.
Molto meglio se Zingaretti e i suoi avessero creato lealmente le condizioni per resistere con Conte, in Parlamento e con una prospettiva di alleanza competitiva per le prossime elezioni politiche. 
Dicono che fa male la didattica a distanza agli adolescenti, si ma non più di tanto o di irrecuperabile, una necessità imposta dalla pandemia. È sicuro invece che fa male la politica a distanza degli adulti, quella non è recuperabile in pochi mesi o pochi anni. 
Passata la pandemia e con l’aiuto delle vaccinazioni, ci sarà (forse) occasione per muovere un quadro politico generale misero, mediocre e senza autorevolezza, per questo c’è Draghi, speriamo molto provvisoriamente. Una speranza di tardo autunno o di una prossima primavera del 2022, l’ultima scadenza, non di oggi. Una svolta, una grande novità? Non se ne parla.
Saremo al quarto anno dalle elezioni del 2018 e già dalla fine di quell’anno tutti i sondaggi non si sono mossi di un centimetro smentendo quel voto di marzo 2018 a favore di un centrodestra vicino al 50% contendendo il podio al loro interno, una volta Salvini e l’altra la Meloni e totale immutato e immutabile. 
Un PD falsamente unito, inventato su basi storicamente smentite di un maggioritario impossibile, da presupposti di incontri storici fra cattolici e comunisti che invece si sono mischiati nel liquido di vari partiti di oggi, correnti, capi e capetti, un PD diventato solo un Partito di potere senza identità e programma di parte, con la pretesa di rappresentare tutti che stride con la stessa definizione di Partito (cioè parte), fa male a sé stesso e a tutto il Paese.
Meglio dividersi, rifare somma nella polemica ma con qualche prospettiva unitaria e distinta in un campo anziché un altro, che continuare a confondere cittadini ed elettori. Questi ultimi, ormai per il 50% (è il dato che tutti i sondaggi non mettono mai in primo piano, una platea immensa che non risponde), non sanno più dove andare e per chi votare. 
Non mancherebbe la domanda di politica di parte, degli interessi pubblici nella scuola e nella sanità, dei giovani, dei disoccupati, degli ultimi ma anche del ceto medio e delle categorie di chi lavora nel pubblico e nel privato, dell’eguaglianza e coesione territoriale, tanto decantata quanto accentuata più che nel secolo scorso e sempre più vicina al consolidamento nelle distanze crescenti. Manca l’offerta nella politica italiana, la certezza nella chiarezza delle posizioni, prima e dopo del voto, la distinzione fra propaganda, azione e convinzione. 
Non solo nel PD naturalmente, ma in questi giorni si parla solo di questo e ci adattiamo.
Se Atene piange Sparta non ride, riguarda anche il M5S, la stessa Lega, tutto il quadro politico, saltellante nelle posizioni contingenti e di comodo, purché si galleggi, anche il Sindacato. Gli organismi dirigenti nei Partiti e movimenti, nelle Istituzioni e nella comunicazione, non hanno il consenso e il rispetto neanche degli aderenti, di chi li ha votati.
Cedono troppo a delegare il lavoro sporco e nella responsabilità di decidere secondo il mandato popolare e democratico, preferiscono credere che è meglio che altri si sporchino le mani ma nessuno può farlo gratis, se altri fanno in palcoscenico o dietro le quinte ne avranno il loro tornaconto. La grande stampa e tv nelle mani di pochi, quelli che vogliono la fetta più grande della torta. Un fenomeno italiano che se perdura diventa troppo pericoloso, speriamo di uscirne presto altrimenti sarà la peggiore destra che troveremo dietro l’angolo.
Quella dell’economia e della finanza più retriva, la peggiore imprenditoria d’Europa, quella proprietaria di qualche partitino killer e destabilizzante, dei mezzi di comunicazione in Italia e la sede fiscale all’estero. Quella che non investe, accumula e preferisce l’aiuto di Stato e che contesta qualsiasi aiuto a chi invece ne ha bisogno per sopravvivere. Quella destra aggressiva che non sta affatto in un solo partito ma sembra pervadere quasi totalmente un’intero panorama mediatico e politico, invisibile a volte anche fra gli insospettabili.
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