Keith Haring, l’artista che ha morso il suo presente

DI ILARIA PULLE’DI SAN FLORIAN

Può un artista scegliere di dipingere nei corridoi della metropolitana, evitare di attribuire un nome alle sue opere, non cercare un gallerista o qualcuno che lo promuova, e assurgere a una fama planetaria?

La risposta è sì, se quell’artista si chiama Keith Haring e la sua storia si svolge a New York negli anni Ottanta.
Keith Haring non è, come a qualcuno potrebbe sembrare, un writer.

È vero, anche lui utilizza la strada – ama riempire gli spazi scuri lasciati vuoti dalle pubblicità, presenti nei sottopassaggi dell’underground di New York – ma prende immediatamente le distanze le distanze da un mondo che, per sua stessa ammissione, non gli appartiene.

I writers sono costretti a nascondersi poiché lavorano spesso di notte decorando interni ed esterni dei vagoni della metropolitana, mentre lui fa qualcosa di completamente diverso, esponendosi di giorno e in un certo senso rischiando in misura maggiore, tanto che arriva a collezionare una serie infinita di multe e addirittura un arresto.

Dopo gli studi a Pittsburgh giunge a New York intenzionato ad esternare le proprie qualità di artista, ma non pensa assolutamente a proporsi presso le gallerie d’arte, preferendo dedicarsi ad una attività libera e tendenzialmente solitaria.

Idealmente richiamato da un riquadro nero adocchiato in un sottopassaggio, sale di corsa le scale e cerca un posto dove poter acquistare dei gessetti bianchi.

Una volta trovato quello che considera il suo mezzo espressivo ideale, inizia la sua opera, realizzando un segno grafico incredibilmente semplice, eppure a tal punto riconoscibile da assurgere, nel giro di qualche tempo, ad una rilevanza iconica, che non manca ovviamente di attirare l’interesse di un lungimirante talent scout, il quale gli propone una mostra nella sua galleria.

Haring accetta, anche se ciò lo costringe ad abbandonare il suo supporto favorito, nero e soffice che soddisfa ogni esigenza del suo tratto, e raggiunge col responsabile una sorta di compromesso: scartata la tela, intrinsecamente impegnativa, legata ad una tradizione artistica passata ma sempre vivente, troppo connotata dai grandi del passato, il giovane talento opta per i teloni vinilici.

L’esposizione ottiene un enorme successo e Haring assurge ad icona pop, con le sue immagini proiettate sui tabelloni luminosi di Times Square ed ogni forma di merchandising possibile a colonizzare spazi e pensieri, tanto che in occasione dei suoi ventiquattro anni decide di dare una festa con trecento invitati, e sarà nientemeno che Madonna a occuparsi della musica.

Amico di Jean-Michel Basquiat, con il quale condivide l’interpretazione della Street Art secondo una singolare ed esclusiva ottica concettuale – le ispirazioni saranno diverse, con Haring legato a fumetti e arte tribale e Basquiat catturato da arte nera e ispanica – frequenta Andy Warhol e arriva a dipingerne la musa, Grace Jones, nell’occasione fotografata dal celebre Robert Mapplethorpe.

Un vortice in salsa Studio 54, pronto ad elevarlo ma non in grado di risparmiarlo.
Vittima di una delle famigerate tragedie di quegli anni, Haring morirà di AIDS ad appena trentaquattro anni.

Amante della vita, appagato della sua esistenza e profondamente convinto della necessità di affrontare il futuro solo quando arriva, accetta il presente, consapevole di un momento irrinunciabile da afferrare, mordere, vivere.

Una delle prime ad occuparsi di lui sarà la critica d’arte Francesca Alinovi, definita da Renato Barilli ‘uno dei migliori critici della sua generazione’, alla quale l’artista rilascerà un’intervista, poi definita la sua migliore, e la omaggerà di un dipinto: senza nome, come tutte le opere di Keith Haring, prive di una denominazione per forza di cose limitante e tale da privare il pubblico del proprio ruolo fondamentale di co-protagonista nella definizione del risultato, e destinato a rimanere nella storia dell’arte come Dipinto di Keith Haring per Francesca Alinovi…

Immagine, Artribune, Dipinto di Keith Haring per Francesca Alinovi

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