“Pacchetti di sicurezza” e dintorni

DI MARINA AGOSTINACCHIO

Imparare a leggere il corpo significa entrare in un mondo che non appare ma che pur vive di tensioni e vitalità. Il corpo rivela la persona quando esso modula in gesti, atteggiamenti, contrazioni, scatti… la vita di chi ci sta di fronte.

Fin da piccoli l’educazione ricevuta dalla famiglia e dalla società condiziona la nostra esistenza; la posizione che si assume col corpo comunica in vario modo e misura quanto immagazzinato in fatto di accettazioni, preoccupazioni, prepotenze ricevute.

Eppure i bambini sono dotati di temperamento innato, a base biologica, per lo più ereditaria, “che li porta a sentire, interagire, reagire emotivamente, interpretare l’ambiente e gli stimoli in un modo piuttosto che in un altro” .

Si tratta di una caratteristica individuale messa a punto da subito che li conduce a mettersi alla prova dando risposte alle richieste della realtà circostante. Va da sé che il bambino è un soggetto non facilmente “addomesticabile” ciò si scontra con la volontà dell’adulto di plasmarlo e iniziarlo al mondo secondo canoni che niente spesso hanno a che fare con la capacità del piccolo di sapere calibrare attenzione, emozioni e comportamento, livello di reattività emotiva, spazi interiori in cui esprime la propria individualità.

Secondo alcuni studiosi, in pratica saremmo noi adulti che, dovendo preparare alla vita futura il bambino, lo condizioneremmo secondo un piano prestabilito, atto alla realizzazione di fini sociali mirati.
Ma quali fini? Quelli dello sviluppo di una mentalità produttiva.

Spesso i bambini si troverebbero a essere inseriti in un programma di vita strutturato secondo rigide regole di un’attività di sviluppo economico. Pertanto il modello di famiglia è quello di un sistema monolitico che vive in un rapporto duale con le istituzioni politiche sociali culturali la propria sopravvivenza, escludendo ogni forma di aggregazione collettiva.

Sempre più chiusi nei nostri condomini, non più fucina di relazione e di auto aiuto, spesso generiamo “famiglie sole”, famiglie che avvertono estraneo il mondo attorno a loro.

Si affidano i figli a parenti, alla scuola, ad associazioni religiose e sportive: lì sentiamo i figli al sicuro. Tutto deve rispondere a una politica di efficiente organizzazione che metta in sicurezza, che garantisca la produttività della gestione famigliare all’interno di una pianificazione quotidiana, settimanale, mensile e, a lunga gittata, annuale.

Tutto deve quadrare per non fare saltare la tenuta mentale dei genitori e quella economica! Come affrontare gli inciampi della vita?
“Ovviamente l’uomo è un mix di geni e cultura, e ovviamente la plasticità e l’adattabilità umana dipendono dalla capacità di affrontare culturalmente gli ostacoli della vita”
A sostegno di questa tesi ripercorrerò alcune situazioni in cui mi sono trovata ad affrontare l’esistenza, prendendola per il collo!

Mamma di tre figli, ormai adulti – due fuori casa – ho attraversato momenti di stress dovendo cercare sempre continue soluzioni al problema dell’affidamento dei figli. Non avendo aiuti parentali, ho cresciuto con mio marito la prole con l’aiuto di babysitter, colleghi, mamme di babysitter, vicine di casa.

Ricordo quando fui pervasa da un profondo disorientamento post partum dopo la nascita del secondo figlio. Una signora del nuovo rione in cui ero andata a vivere mi veniva a suonare ogni mattina il campanello per portarmi il figlio maggiore di due anni a fare una passeggiata, dandomi così il modo di dedicarmi al neonato. E ancora ricordo quando, tornata precocemente al lavoro nella scuola “legalmente riconosciuta” di appartenenza, la preside mi inviò a un aggiornamento sulle politiche europee (eravamo quasi alla fine degli anni ‘80).

Non avendo chi quel giorno potesse occuparsi del primogenito, lo affidai a un’insegnante di educazione artistica delle classi superiori la quale si portò il bambino a lezione sul seggiolone, dandogli da mangiare mentre seguiva il lavoro delle alunne che disegnavano sulle lavagne dell’ ”aula di artistica”.

Lo stesso figlio, poi, (ci trovavamo in una latteria vicino a casa), assuefatto ormai al rapporto con “l’estraneo”, si gettò, a nemmeno un anno di vita, tra le braccia di una donna gitana non appena questa gli sorrise, porgendogli le braccia. E che dire degli scioperi improvvisi dell’asilo nido del terzogenito?

Preso, portato in auto a scuola, con un box pieghevole – avente funzione anche di letto – veniva sistemato in una videoteca con tanto di copertina e colleghi che si alternavano, per vegliarlo, a seconda delle “ore buche” di lezione. Potrei raccontare ancora delle malattie dei figli, della ricerca improvvisa di aiuto per loro in vista di un accudimento che coprisse l’orario lavorativo mio o di mio marito, o infine andare con la mente al primo periodo di adattamento del secondo e del terzogenito al nido con le mamma delle ex babysitter…

Devo dire che i miei figli sono cresciuti bene, senza troppi scossoni; forse hanno vissuto tempi in cui la società era maggiormente disponibile all’accoglienza e introiettato il senso di una comunità capace di mutuo aiuto.
Forse da alcuni anni vengono richiesti più che mai alle giovani famiglie alleanze, (credo infatti che si potrebbe affrontare l’emergenza figli, creando reti di sostegno comunitario), coraggio e capacità di risoluzione di problemi, al di là dei “pacchetti di sicurezza”(scuola, associazioni religiose e sportive… di cui scritto sopra), alcuni dei quali istituzionalizzati da Comuni, Regioni, Stato.

Vero è che da più parti si osserva come non siano delineati progetti a lunga gittata di aiuto alle famiglie: incoraggiamenti economici dignitosi per allargare il numero dei componenti della famiglia, rette comunali per asili nido statali, introduzione di sale di allattamento per puerpere all’interno di aziende, scuole, uffici pubblici…

E che dire di quella che viene definita “la visione politica di conformismo sociale”, in cui risulta vincente la logica del profitto e la volontà della programmazione “a tutti i costi”, per cui siamo invece propensi a relegare i nostri figli in attività orarie, pianificate, fino a che non li vediamo a fine giornata finalmente domati dalla stanchezza?
Inquadriamo così i piccoli in “gabbie educative” dove egli impara ad essere “immobile, attento, silenzioso… scolarizzato” e a tutti i costi, oltre le singole specificità?

Ogni bambino ha però tempi e modi di apprendimento. A scuola la tendenza degli educatori è quella di interpretare la trasgressione, l’irrequietezza, la difficoltà a stare entro le regole come un problema a carico della famiglia del bambino se non come un guasto della sua stessa psiche. Difficile vedere il problema in maniera allargata.

Leggevo come ci possa essere una chiave di lettura alternativa a quella appena messa in evidenza, chiave di lettura secondo cui molti bambini “difficili” rispondono con i loro comportamenti a una società individualista, produttivista, parte di un sistema sociale in cui benessere psicofisico, cultura, immedesimazione nei problemi dell’altro non sono al centro dell’azione educativa socio-politica.

Un altro problema educativo importante riguarda il rapporto tra il bambino e le tecnologie. “Imparare a padroneggiare responsabilmente”, diceva Maria Montessori. negli anni 30, a proposito del dominio del meccanicismo e dell’industrialismo.

Riportando il discorso della Montessori al nostro tempo, potremmo affermare che non è il cellulare, il tablet, il computer, il giochino elettronico in sé che fanno male, il problema sono i modi e i tempi di utilizzo, è il tipo di esempio che proviene dagli adulti, è la “cultura” dell’intrattenimento entro i cui spazi si cresce, è il principio del consumo ormai incistato in ogni forma di approccio con il contesto, è l’incapacità di riconoscere il lato creativo della noia.

Proprio di fronte alla noia che spesso assale i nostri figli, essa non viene riconosciuta come spazio in cui può nascere un agire creativo, una capacità riflessiva, un importante vuoto necessario. Cerchiamo di evitare ai nostri figli la noia, a tutti i costi, un tempo con l’ausilio di mamma tv, oggi con mezzi elettronici.
Leggo, a tal proposito, che a causa dell’abuso dei dispositivi tecnologici depressione e suicidio sono in forte aumento. Inoltre, l’esposizione eccessiva a questi mezzi è inversamente proporzionale allo sviluppo della capacità verbale, dell’emotività, della relazione.

E che dire di un’educazione che miri anche a sviluppare il coraggio nei bambini? Sperimentare sempre sotto la guida vigile dell’educatore situazioni imprevedibili in cui il bambino sperimenti la possibilità di mettersi alla prova, attraverso strategie sperimentate di volta in volta, così che possa maturare la fiducia in sé stesso.

Sappiamo come genitori quanta difficoltà incontriamo ad accettare una modalità educativa di questo tipo!
Davvero impegnativo per noi adulti educare a una libertà responsabile! Più semplice per noi educare attraverso un serrato controllo, per il timore che comportamenti troppo rispettosi verso l’energia e la volontà di sperimentazione del bambino porti ad uno stato di anarchia.

Come salvare i bambini? Magari mettendo i bambini al centro delle preoccupazioni sociali, attraverso una rivoluzione copernicana che sposti l’attenzione da noi al loro bene, secondo un impegno etico, prima ancora che politico.

Come ultima riflessione ripenso a quanto ascoltato in una conferenza e che desidero riportare come momento conclusivo di questo percorso scritto:
“Idealmente il corpo è fatto per permettere il libero fluire di ogni sentimento, per rispondere adeguatamente alla forza di gravità, per sperimentare piacere e benessere: potenzialità espressiva, padronanza, consapevolezza, emozioni”.

scrignodipandora
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