Quei bei film musicali degli anni ’50, quando l’Italia era diversa

DI GIOVANNI BOGANI

Era un’Italia diversa. L’arte del “bel canto” era preziosa. Un sapiente uso del vibrato, nella voce, faceva vacillare l’anima delle fanciulle. E l’acuto finale, sterminato, infinito, le faceva crollare definitivamente. Un’Italia di serenate, di fanciulle sognanti, di matrimoni in chiesa sui titoli di coda.

Era l’Italia di Claudio Villa, anello di congiunzione fra la lirica e il pop. Fra Enrico Caruso e Gianni Morandi, in mezzo c’è lui. L’ultimo imperatore dell’ugola sguainata come una sciabola. Ed è l’Italia che ci mostra una rassegna di film in corso in questi giorni alla Casa del cinema di Roma.

Non si tratta, come verrebbe da pensare, dei famosi “musicarelli”. Quelli sarebbero venuti dopo, con altri protagonisti, altre storie, persino un altro pubblico. Sarebbero stati molto più pop. I film di questa rassegna, che si chiama “Canzoni, canzoni, canzoni”, sono scomparsi dai radar persino delle programmazioni televisive mattutine.

E non è semplice neppure ritrovarli su Youtube. Alcuni titoli: “Un canto nel deserto”, “Ore dieci lezioni di canto”, “Sette canzoni per sette sorelle”, tutti diretti da Marino Girolami, uno dei grandi artigiani del cinema italiano, padre di un altro regista cult come Enzo G. Castellari. “Perfide ma belle”, del 1959, è invece diretto da Giorgio Simonelli. A interpretare questi film, nomi ormai mitologici. Dèi e semidei della melodia: Luciano Tajoli che interpreta “Il cantante misterioso” di Marino Girolami. Ma, più di tutti, Claudio Villa.

Sono film nei quali Claudio Villa interpreta se stesso: ovvero, un cantante e un seduttore, ma con la camicia bianca ben stirata. Non con la canottiera da muratore che avrebbe sfoggiato, appena pochi anni dopo, Adriano Celentano. Che è protagonista del primo film in rassegna, “Canzoni di ieri, di oggi, di domani” di Domenico Paolella.

Oggi, quei film sono in gran parte dimenticati. Allora, avevano un gran successo. Perché? Lo chiediamo a Steve Della Casa, critico cinematografico e grande appassionato di musica pop. “E’ presto detto: negli anni ’50 non potevi andare su Youtube con un clic, e vedere il tuo cantante preferito. E anche la televisione era appena nata, non era così diffusa.

Se volevi vedere il tuo cantante preferito, potevi vederlo quasi soltanto al cinema”, dice Della Casa, che nel 2016 ha realizzato, insieme a Chiara Ronchini, il documentario “Nessuno mi può giudicare” proprio sui musicarelli italiani.

“I film di questa rassegna, che sarei curioso di rivedere, sono diversi dai ‘musicarelli’ degli anni ’60, quelli con Gianni Morandi o con Al Bano. Questi degli anni ’50 erano film per tutta la famiglia, mentre i musicarelli erano fatti, pensati, girati per un pubblico di giovanissimi, con cantanti che si rifanno al rock and roll e al beat”.

E in effetti, se vedi “Granada addio!”, uno dei più bei film della rassegna romana, che tenerezza quando Claudio Villa, in partenza per la Spagna, si fa dire dalla figlia adolescente: “Papà! Ma chi ci sarà, con te, a dirti di mettere su la maglia di lana?”.

Era il 1967, quando quel film fu realizzato. Mentre Claudio Villa si metteva la maglia di lana, e partiva per l’aeroporto insieme a Raimondo Vianello, il mondo stava cambiando, anzi: era già cambiato, radicalmente. A Sanremo, Luigi Tenco si era tolto la vita. Il Sessantotto stava per sconvolgere le strade di Parigi e la vita, i pensieri, i modi di comportarsi di tutti i ventenni del pianeta.

Gli slogan sarebbero diventati “L’immaginazione al potere” e “Siate realisti, chiedete l’impossibile”. Le serenate, gli occhi incantati delle fanciulle che – in “Sette canzoni per sette sorelle” – sognano un matrimonio in abito bianco sui titoli di coda, resteranno un pallido ricordo.

“Claudio Villa era il più giovane dei vecchi”, dice con un sintetico paradosso Steve Della Casa. “Lui, Aurelio Fierro, Luciano Tajoli sono gli ultimi melodici. Claudio Villa, in particolare, si arrabbierà molto quando verrà definito ‘vecchio’, ingaggiando litigi epici, anche in diretta televisiva”, ricorda.

Ma il tempo passa, lo si voglia o no. Il piccolo altare del televisore porta nuovi Messia. La maglia di lana di Claudio Villa sarà travolta dalla canottiera di Celentano, il belcanto crollerà di fronte agli “urlatori alla sbarra”. E la permanente di Nilla Pizzi nulla potrà, contro il caschetto biondo di Caterina Caselli.

Immagine tratta dal web

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