Big bang, quel bacio che esplose come galassie

DI GIOVANNI BOGANI

 

Non ricordo come iniziammo a parlare. Non ricordo come proseguimmo.

Non so come feci a interessarti, se riuscii a farti ridere. Sapevo così poco, non avevo avventure da raccontarti, forse solo le parole di qualche canzone.

Non ricordo come riuscimmo ad andare in quel grande parco, di pomeriggio, mentre saremmo dovuti essere altrove, ad ascoltare qualcuno che parlava di Europa.

Non ricordo come l’adolescenza s’impossessò di noi, ma non è difficile immaginarlo.

Fu solo un bacio, solo un bacio che esplose come le galassie sparate dal Big Bang a miliardi di anni luce di distanza, fu il Big Bang che fece nascere la mia esistenza.

Fu il Big Bang che fece esplodere quello che era rimasto chiuso per anni dentro i miei silenzi, dentro i miei sogni, dentro tutte le volte che avevo guardato i compagni di scuola baciare una ragazza e pensavo “ma perché non sono felici già così, come se il mondo intero fosse tutto loro?

Perché io lo so, è così, sono sicuro che avere una ragazza è così, io so che non c’è niente di più importante nell’universo”.

E loro continuavano, stupidi, a incazzarsi per le sconfitte della Fiorentina, per la partita di pallavolo con quelle bestie dell’Istituto Tecnico e per un quattro a biologia, mentre avevano conquistato il mondo, e il suo significato.

E io conquistai il mondo quella sera di primavera, quando eravamo nel bosco, e avremmo dovuto essere altrove, dentro quel palazzo che sembrava la reggia di Versailles, e che non valeva un secondo del tuo sguardo, che non valeva uno scintillio dei tuoi occhi.

Certo, probabilmente mi baciasti perché non avevi assistito ad Andrea Farfuglia, Andrea Citrulli che mi umiliava dicendo a tutta la classe quanto ero pippa a pallavolo, mentre lui le schiacciate le faceva da dio, beandosi della sua arroganza di adolescente alto, con le spalle larghe e i jeans di marca.

Forse mi baciasti perché non mi avevi visto preso a sassate da Sciacquacani, o Scacciacasi, o Sciabballà, chissà come si chiamava, quello che della prepotenza aveva fatto il suo dio, e di me per anni la sua vittima preferita.

Tutte cose che tu, mamma, non sai e non hai mai saputo. Cose che si scrivono come con un coltello nella pelle di un ragazzino.

E invece lì, nella Libera Repubblica di Frascati, dove nessuno mi conosceva e dove potevo rinascere, in un giorno di maggio, in un crepuscolo viola, bevvi un sorso di Dio.

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