David di Donatello speciale a Monica Bellucci, icona di splendore

DI GIOVANNI BOGANI

Una bellezza imperiosa, definitiva. Che sembra fatta per il cinema. I capelli scuri, la linea nera degli occhi su una pelle bianchissima, l’ovale perfetto. I francesi, che la adorano da sempre, la chiamano “Monica Belissima”.

È la prima donna italiana alla quale hanno affidato il ruolo di madrina del “loro” festival di Cannes, e per ben due volte: nel 2003 e nel 2017. La hanno eletta la donna più bella del mondo e hanno dato il suo nome ad una rosa.

Star, icona, mito: Monica Bellucci. Noi italiani, che non la amiamo di meno, le abbiamo consegnato un David speciale ieri, in diretta su Raiuno. Sarà anche, quella di martedì prossimo, la prima cerimonia ufficiale del cinema “après le déluge”, dopo la tempesta, il buio, il silenzio forzato di questi tremendi mesi.

Dopo Sandra Milo e Abatantuono, è il terzo nome di grande prestigio ad arricchire il parterre de rois della manifestazione.

Dichiara Piera Detassis, direttore artistico dell’Accademia del cinema, che assegna il David: “Questo premio riconosce la grande capacità di Monica Bellucci di giocare d’azzardo e di provocazione, scegliendo quasi sempre lo slancio d’autore, in registi riconosciuti e in giovani debuttanti”.

Monica in effetti ha saputo rischiare molte volte. Non si è accontentata della sua bellezza perfetta. Si è confrontata con il cinema internazionale, fin dagli inizi: lavorando con Francis Ford Coppola, o nei film che la hanno portata in Francia, la sua seconda patria.

Fino a recitare in “Irréversible” di Gaspar Noè, film durissimo, sconvolgente, con quella scena di stupro che dura dieci interminabili minuti. Ha giocato con la sua bellezza lirica, quasi sacrale in “Malèna” di Giuseppe Tornatore, e in “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher, la giovane regista che, al festival di Cannes, Monica teneva per la mano come fosse sua figlia, proteggendola e incoraggiandola.

Infine, sempre a proposito di rischi, ha affrontato l’ottovolante emotivo e artistico di un film girato con quel folle totale di Emir Kusturica, che voleva lei e solo lei, come una Maradona del cinema.

Mai vacua, mai frivola, mai inutilmente polemica: alla fine, mai neppure uno scandalo. Monica non è solo un’icona di splendore: è anche un modello di comportamento. Dà un’impressione di stabilità che supera anche lo shining, la luccicanza della sua bellezza.

Polemico invece con i David è uno dei registi con cui la Bellucci ha lavorato: Gabriele Muccino. Il quale è uscito dalla giuria, scrivendo su Twitter: “Non mi riconosco nei criteri di selezione di quello che era un tempo il premio più ambito dopo l’Oscar”. E ha aggiunto che non si presenterà più neppure da candidato. Fine di un rapporto già compromesso, che in numerose esternazioni precedenti aveva attaccato il premio, in aperta polemica con i titoli premiati.

Giorni fa, all’annuncio delle candidature del 2021, da cui era escluso il suo film “Gli anni più belli”, aveva scritto: “Cari giurati, questa volta l’avete fatta grossa”. In varie occasioni Muccino ha accusato i giurati di snobbare il suo lavoro.

Non ci era andato giù piano, Muccino, neanche alla fine di marzo, quando twittava: “Sto provando a guardare ‘Favolacce’. Non sono riuscito ancora a finirlo. Sarò troppo poco intelligente o cinefilo per comprenderne la grandezza? Eppure sono di quelli che quando vedono ‘Dogman’ chiamano il regista per riempirlo di complimenti”. Insomma, un attacco frontale con tanto di nomi e cognomi.

Muccino proseguiva: “Pasolini detestava Calvino, Moretti detestava Monicelli, i viscontiani si odiavano con i felliniani. Tutto questo politicamente corretto di oggi è la tomba dell’arte e lo trovo insopportabile. Se un film non mi piace perché non dovrei dirlo?”. E in una risposta, temendo forse di non essere stato chiaro, postillava: “Lo dico apertamente che questo film non vale un c…”.

Viene simpatia per un regista che certo non è diplomatico né ipocrita. Però occorrerebbe ricordare che Moretti e Monicelli non discutevano su un premio cinematografico, ma su idee, visioni delle cose, della vita e del cinema. E lo facevano in un dibattito pubblico, arbitrato da un certo Alberto Arbasino.

Immagine tratta dal web

Pubblicato da scrignodipandora

Osservare la realtà per raccontarla