Film da vedere (o rivedere): ‘Il padre di famiglia’, scritto e sceneggiato da Nanni Loy. Con Nino Manfredi

di Luca Biscontini

Il padre di famiglia è un film del 1967 diretto da Nanni Loy. Scritto e sceneggiato da Nanni Loy, Giorgio Arlorio, Ruggero Maccari, con la fotografia di Armando Nannuzzi, il montaggio di Franco Fraticelli, le scenografie di Carlo Egidi e le musiche di Carlo Rustichelli, Il padre di famiglia è interpretato da Nino Manfredi, Leslie Caron, Claudine Auger, Ugo Tognazzi, Mario Carotenuto, Antonella Della Porta, Evi Maltagliati, Marisa Solinas.

Trama
Due giovani urbanisti, Marco e Paola, si incontrano a Roma nei primi anni del dopoguerra. Si sposano con l’impegno di dedicarsi alla difesa della città dagli scempi architettonici. Benché gli accordi in partenza non fossero questi, i due mettono al mondo quattro figli. I problemi legati all’educazione moderna costringono Paola ad abbandonare il lavoro e a fare così una prima rinuncia. Col passare degli anni Marco, estenuato dagli obblighi familiari, cerca l’evasione con un’altra donna.

Un film ingiustamente poco ricordato Il padre di famiglia di Nanni Loy e che, invece, per le tematiche trattate e, soprattutto, per la critica sociale che allestiva in tempi non sospetti, andrebbe assai rivisitato. Scritto e sceneggiato dagli eccellenti Nanni Loy, Giorgio Arlorio e Ruggero Maccari, è un’opera di rottura che, pur rimanendo all’interno della commedia, si pone in una prospettiva inusuale, dissacrando l’istituzione italiana per eccellenza, la famiglia.

Bisogna tener conto che il film fu girato nel 1967, molto prima della legge sul divorzio e quella sull’aborto, e tale circostanza lo rende in netto anticipo rispetto a questioni che poi saranno sviscerate.

I due protagonisti, Marco e Paola (Nino Manfredi e Leslie Caron), sono una coppia di architetti che, fedele agli ideali di sinistra, di civiltà e progresso, non vorrebbe farsi risucchiare dalla tipica cultura familistica italiana, in cui ciascuno guarda al proprio orticello infischiandosene del bene comune.

Sono contrari al matrimonio, ai figli per forza, alla smania dell’arricchimento a qualunque costo: purtroppo la realtà con cui si devono ogni giorno confrontare li costringe a fare molti compromessi, ad adattarsi a un mondo che non concede sconti e che impone di adeguarsi ai suoi ritmi e fini.

Commuovono quasi per la loro resistenza (oggi un legame come il loro sarebbe durato pochissimo), quantunque, poi, non riescano ad evitare i pesanti effetti collaterali sorti dalla violenza frizione tra ideali e cruda realtà.

Il ruolo dell’anziano anarchico, interpretato da Ugo Tognazzi, fu dapprima assegnato a Totò, il quale appare nella scena del funerale, girata il 13 Aprile 1967. Purtroppo Totò morì solo due giorni dopo la registrazione della scena, il 15 Aprile, e fu necessario sostituirlo.

Il protagonista, in una sequenza, critica aspramente la costruzione di un enorme quartiere romano che è in contraddizione con i piani e i criteri urbanistici; egli afferma che, privo di spazi verdi com’è, i bambini dovranno percorrere chilometri a piedi per andare a giocare.

La sequenza è accompagnata da immagini aeree dell’allora costruendo quartiere Tuscolano-Cinecittà, a sud di Roma, in cui sono visibili le reali brutture citate dal personaggio. Presentato al XXVIII Festival di Venezia (1967), Il padre di famiglia vinse il Premio Timone d’Oro. Nino Manfredi per la sua interpretazione si aggiudicò la Targa d’Oro ai David di Donatello del 1968.

Luca Biscontini per MondoSpettacolo

 

Pubblicato da scrignodipandora

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