Le strade blu

DI GIOVANNI BOGANI

 

E penso alle molte persone che conosco e che sono sole.

La ragazza di ventisei anni che è sola perché sembra Frida Kahlo.

E quella che ha l’anima enorme, e ha enormi anche le caviglie e il sedere, e sono colpe che non ti perdonano. Perché in questo mondo di inclusioni e correttezza, a nessuno importa niente della tua anima, e molto del tuo corpo, della tua bellezza.

Tutti in questo mondo sono schiavi dei modelli della pubblicità, molto più di quanto ciascuno confessi. E un naso inguardabile, o dieci chili di troppo, ti costringeranno a percorrere, della vita, le strade secondarie, le Strade Blu, quelle che nessuno percorre.

E lo stesso per gli uomini. La bellezza è un patrimonio che alcuni ereditano, e che vale più di quanto chi è bello riesca mai ad ammettere. Faranno una fatica enorme a farsi amare, gli altri.

Lo sanno, le ragazze che non hanno colpa se non quella di essere diverse dai canoni. Lo sanno loro. E lo sanno i ragazzi che non le desiderano. E lo sanno le altre ragazze, quelle belle. Quelle che, ogni volta che un uomo chiede loro qualcosa, un dettaglio da niente, sanno già tutto, sanno già perché, sanno già di aver vinto la partita. Le ragazze belle, quelle che dicono sempre che la bellezza non conta, che “basta essere se stesse”. Lo dicono anche ai concorsi di bellezza: “sii te stessa”. Ma a quelle brutte, se sono davvero brutte, essere se stesse non basta, non basterà mai.

Fra le persone sole a cui pensavo, in quella primavera di sei anni fa, 2015, c’era mia cugina. No, non era brutta. Ma era sola.

Mia cugina, di poco più grande di me, che cresceva da sola il figlio di vent’anni, dopo che era morto suo marito: un tumore se l’era portato via in sei mesi.

Mia cugina che è cresciuta in “collegio”.

Viveva in un collegio. Ma quel collegio era in realtà un orfanotrofio, che forse non portava quel nome, ma di fatto imprigionava lì ragazzini che non avevano una famiglia, o i cui genitori non avevano soldi per tenere i figli con sé.

Quando si è bambini, le cose ti sembra che siano così da sempre, e per sempre. Mia cugina viveva lì: aveva dodici anni e apparteneva a un immenso edificio che sembrava una prigione. E non aveva colpe. Era solo nata da un amore che si era frantumato come un bicchiere di spumante caduto dalle mani, mentre i suoi genitori ancora brindavano.

 

 

Immagine tratta dal web

Pubblicato da scrignodipandora

Osservare la realtà per raccontarla