Per il contratto scuola, scaduto da tre anni, ancora una volta, non c’è trippa per gatti

di Salvatore Salerno

Contratto scuola, scaduto da 3 anni e decisa da 3 anni la sua conclusione per il rinnovo.
Nell’ignavia di forze politiche, sindacati, docenti e Ata.
Ne avevamo parlato a lungo prima e durante l’iter dell’ultimo rinnovo 2016/2018, dopo stipendi fermi nei 7 anni precedenti, abbiamo tentato di riparlarne da fine 2018 quando lo stanziamento in legge di stabilità prevedeva un aumento ancora inferiore agli spiccioli del triennio 2016/2018. Ci abbiamo provato nel 2019 quando l’ex Ministro Fioramonti parlava di tre cifre ma gli venivano negati persino 400 milioni di euro in più per il rinnovo di tutti i contratti della pubblica amministrazione dove c’è dentro la scuola per un terzo.
Ma abbiamo sempre saputo e lo abbiamo scritto in tempi non sospetti che erano manfrine e chiacchiere inutili, di propaganda, ripetute dalla Ministra subentrante, come aveva già fatto anche Bussetti, prima di Fioramonti.
Il rinnovo contrattuale che scade a gennaio 2019 si chiude il terzo anno, cioè il 2021, tutti lo sapevano e ci si arriva, come sempre, con una tecnica matematica che prevede arretrati minimi a scalare e il pieno regime alla vigilia dell’ulteriore scadenza, si chiude a due mesi dal primo gennaio 2022 quando si dovrebbe parlare di un contratto già scaduto, si risparmia sul risparmio, un film già visto come quelli che passano in tv ogni anno e sempre gli stessi, il cane che si morde la coda.
Ritornano i soliti argomenti di rassegnazione e ineluttabilità. Non c’è trippa per gatti, non ci sono i soldi.
Non si può fare niente perché c’è una legge la 29 del 1993 che, se presa alla lettera, prevede solo l’allineamento degli stipendi all’inflazione programmata. Quindi sarebbero 28 anni che parliamo del nulla, non servono Aran, sindacati, contrattazione, lotte, scioperi, richieste e proclami. Tutto risale a quella legge e in illo tempore c’era già in vista l’autonomia scolastica, il Preside di una volta che era datore di lavoro. Invece il Preside è diventato dirigente scolastico aziendale da poco, ha avuto i suoi aumenti malgrado la stessa inflazione e lo stesso ISTAT farlocco che toglie sistematicamente un punto l’anno al tasso reale di inflazione perché gli stipendi e le pensioni viaggiano sui suoi dati.
Si sprecano tanti soldi e se ne promettono di più in pandemia, anche qui una gara al rialzo, dieci miliardi per la Azzolina, sei miliardi per Bianchi. Al netto di quelli sprecati per banchi a rotelle e feste estive, per i Pon e la formazione mirata, quelli più utili per interventi sanitari di sicurezza, qualche spazietto in più sotto la voce pandemia, tutti gli altri miliardi sono non spesi, rifinanziati con lo stesso finanziamento di prima, infine recuperati nel PNRR, se si fossero spesi si sarebbero visti.
Niente per gli stipendi, niente per l’organico rimasto quello della Gelmini, niente per i precari, niente per le classi pollaio… Ma torniamo agli stipendi. Tre cifre, dunque, di aumento ricorrenti e tante promesse di Ministri e Ministre, 100 euro, 200 euro, 400 per qualche sindacato che è arrivato a sedere al tavolo della contrattazione, l’ultimo, l’attuale Ministro, che si spinge a 600 euro che sarebbero meritati , chi offre di più?
Ma non si può al massimo che meno di 40 euro mensili in media a regime e con arretrati la metà.
Ma non per la legge 29 del 1993, quella di 28 anni fa, perché quella legge non è stata mai applicata e non toglieva comunque futuro e margini di contrattazione, ma per scelte politiche di tutti i governi, sindacati e personale pubblico dipendente deboli, più deboli nella scuola dove la categoria, dopo gli ultimi fuochi contro la legge 107, è sfumata fino a divenire quanto di più diviso e indifferente sui problemi seri del lavoro e della sua remunerazione uguale per tutti e poi, se si vuole, il riconoscimento a chi lavora di più.
Non perché meriti di sua sponda qualcosa in più o che ci propini la sua autoreferenzialità perché scelto dal Capo, l’insegnante insegna, è quello il suo lavoro o no? Era scritto in quella legge del 1993 che Tremonti e Monti dovessero bloccare tutti i contratti per dieci anni? Era scritto in quella legge che nella scuola si entra con uno stipendio misero e si rimane in quella fascia per 9 anni? Che dopo 40 anni di servizio si esce con qualcosa di poco in più e su quello si calcola pensione e liquidazione? Era scritto in quella legge che nella scuola i docenti con titolo di accesso la laurea, l’abilitazione, l’odissea per arrivare al ruolo, la mobilità negata, le doppie spese per anni e anni, dovessero avere quegli stipendi senza confronto con gli altri Paesi europei, che hanno peraltro meno tasse e trattenute, che negli altri settori dell’amministrazione pubblica e privata italiana con uguale titolo di accesso si formasse tanta disparità? No che non c’era scritto.
Eppure questo governo, come i precedenti, con l’accordo o la complicità di tutti, riesce anche questa volta a mandare a Bruxelles la sua bozza di legge di stabilità dove c’è dentro altro tranne il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, previsione di ulteriori stanziamenti zero.
Lasciamo stare per un momento la specificità del personale scolastico, docenti e ata, zero per tutti.
E allora che ne parliamo a fare? Queste sono note che serviranno, forse, a futura memoria ma nessun giornale e nessuna tv, nessun consiglio dei Ministri ne parla e ne parlerà. Ci sono e ci sarebbero tanti modi legali per aumentare lo stipendio senza cambiare nessuna legge precedente. Qualcuno dei sindacati, la flc della cgil, intravede possibilità a partire dal 2024, appunto a futura memoria, una cifra che al netto forse si avvicinerà al netto ai 100 euro mensili, perché delle tre cifre, se non lo abbiano ancora specificato, si parla al lordo.
Dal 2024, per il momento nisba.
Basterebbe chiamare il rinnovo del contratto un nuovo contratto di risarcimento, non il solito, l’ordinario, il già previsto da tre anni o da venti anni.
Ci sono e ci sarebbero ma ne abbiamo parlato da anni e ne parleremo ancora un’altra volta, tanto non serve più adesso. 
Priorità alla scuola? Ma non ci facciano ridere. O piangere.