Pupi Avati, con quella voglia lì di raccontarsi e raccontare

DI GINO MORABITO

Non nasconde ciò che non è bello, non lo edulcora né lo nega. Da profondo conoscitore della miscela spesso indistinguibile di bene e male, di mediocrità del dolore e banalità del piacere, Pupi Avati li inserisce in un contesto più ampio, sempre segnato dal senso di umanità. Un maestro della settima arte, che ha saputo fotografare meglio di ogni altro la realtà popolare con tutte le sue contraddizioni.

In attesa di vedere il suo Dante (prodotto da Antonio Avati per la Duea Film con Rai Cinema e distribuito nelle sale italiane da 01 Distribution), ha curato la prefazione di Ugo Tognazzi di Ignazio Senatore. Il volume, realizzato sotto la supervisione di Enrico Giacovelli, è la più completa biografia d’autore che racconta la vita, sia lavorativa che privata, di uno dei quattro “moschettieri” o “colonnelli” della commedia all’italiana.

L’entusiasmo di un artigiano del nostro cinema, che, superato il traguardo degli ottanta, declina ancora il suo slancio artistico con un ingegno versatile.

«Credo dipenda dalla grande curiosità che mi ha accompagnato per tutta la vita. Quella voglia di esserci, di sapere com’è fatto il giocattolo che guardavo dalla vetrina di via D’Azeglio a Bologna, immaginandone il meccanismo interno. A me è rimasta quella voglia lì, quella curiosità, e anche l’urgenza di raccontarsi e di raccontare.»

Un giocattolo che profuma d’infanzia.

«Il giocattolo che mi ricordo con più nitore è stato una specie di piccolo proiettore con uno spezzone di pellicola 35mm, un pezzo del film Robin Hood con Errol Flynn che si arrampicava su una torre per raggiungere la sua bella. Mi ricordo che avere il cinema in casa e proiettare in continuazione, girando la manovellina ad anello, quei tre secondi di Robin Hood che si muoveva, e farlo vedere ai miei amici, è stato sicuramente il giocattolo che mi ha dato maggiore soddisfazione.»

Da quello spezzone di pellicola, l’occhio sapiente della cinepresa di Pupi Avati non ha mai smesso di indagare l’animo umano, fino a inabissarsi nelle profondità dell’universo dantesco, dando vita a un’opera cinematografica di grande valore artistico, per la quale pretendere la dignità e la qualità di qualcosa che rimane.

«Chi ce lo racconta è Giovanni Boccaccio, il ruolo interpretato da Sergio Castellitto. Dopo la morte del Sommo Poeta, fu incaricato da una confraternita di Firenze di portare dieci fiorini d’oro a suor Beatrice, la figlia di Dante che si era fatta monaca, per risarcirla del male che i fiorentini avevano arrecato a suo padre. Boccaccio raccolse le prime notizie, e tutto quello che oggi sappiamo su Dante Alighieri lo dobbiamo proprio alle sue ricerche.»

Dante ha reso poetico il mondo.

«È arrivato alla poesia attraverso il dolore. Sono state le enormi sofferenze e le ingiustizie patite, che hanno prodotto in lui quella sensibilità, quella vulnerabilità, quella capacità di entrare in contatto con la poesia in un modo così unico, straordinario, profondo.»

Un progetto dal taglio storico che, per il regista de Il cuore altrove, rappresenta “il film della vita”.

«Lo studio di casa mia è diventato una foresta piena di libri, tutti su Dante. Nel tempo, ho raccolto centinaia di volumi, testi, pubblicazioni che lo riguardano. Ormai sono diciassette anni che sono impegnato in questa battaglia.»

La battaglia di un italiano classe ‘38 con il sogno di diventare un grande clarinettista jazz.

«Non avevo il talento per diventare un grande musicista, purtroppo. L’avrei desiderato e lo desidererei ancora. Il sogno della mia vita è rimasto la musica. La musica trasmette delle emozioni che hanno a che fare con l’ineffabile, l’impalpabile, l’indicibile. C’è una sorta di misteriosa confidenza che si viene a creare fra il musicista e chi ascolta la sua musica, che il cinema non sa produrre.»

La musica è la colonna sonora dentro la quale scorrono frammenti di esistenza, cristallizzati in quell’unico istante.

«La canzone che preferisco in assoluto è “Stardust” di Hoagy Carmichael, Polvere di stelle. Quell’America che mi si è palesata davanti nel momento in cui sono arrivato a Davenport nell’Iova, dove ho trovato la casa di Bix Beiderbecke, il musicista al quale ho poi dedicato un film. L’America dei primi del Novecento, quella delle pellicole a stelle e strisce, che ci hanno formato e fatto innamorare degli Stati Uniti dopo la Liberazione.»

Dopo gli anni bui dell’occupazione tedesca, una sorta di innamoramento nei confronti dei nostri salvatori.

«Vedere arrivare gli Americani a Bologna fu qualcosa che non si può immaginare: ogni cortile era una sala da ballo. La Liberazione è stato il giorno più bello di tutta la nostra vita!»

Dappoi, il puntuale racconto di una bugia.

«Ogni mattina mi racconto di essere quello che non sono. Perché, se no, rimarrei a letto e mi girerei dall’altra parte, vigliaccamente adducendo come scusa un’influenza, come facevo quando andavo a scuola. Eviterei di affrontare la vita, soprattutto con la consapevolezza di essere una persona ormai in età, in prossimità dei suoi titoli di coda.»

Con quel pessimismo che in qualche modo ti seduce anche, ti alletta, perché ti indurrebbe alla resa.

«Al contrario, ho sempre creduto nella bontà della menzogna, che è immaginazione. Mi dico di essere ancora quel ragazzetto di quattordici anni a Bologna, in via Saragozza, che sognava di diventare qualcuno di eccezionale. E se anche non ce l’ho fatta, continuo tutte le mattine a credere che quel discorso che ho preparato per l’Oscar, prima o poi, mi tornerà utile.»

Pubblicato da scrignodipandora

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