Un viaggio movimentato

DI GIOVANNI BOGANI

Sono arrivato a Palermo. In un vagone senza aria condizionata che partiva alle 3.17 del pomeriggio, cioè nel massimo della calura, da Patti in Sicilia, verso Palermo. E ho il costume bagnato: perché ho deciso di fare l’ultimo bagno. Era troppo bella l’acqua, troppo limpida, troppo verde, troppo calda. E poi chissà quando potrò rifarlo. E allora alle 2.45 faccio l’ultimo bagno che sa di estate, in quella spiaggia sassosa, l’acqua pulita.

E via, col costume bagnato dentro il treno. So che devo cambiarlo, prima o poi, che ho tutta la notte che devo viaggiare. Cerco il cesso. Un attimo prima di me ci si infila un uomo magro, dall’aria triste, avrà l’età mia ma sembra più grande, ha gli occhiali da vista spessi, i capelli radi, i vestiti troppo larghi, scarpe antiche. Una sigaretta fra le dita. Si capisce che ha bisogno di fumarla. E si infila nel bagno.

Non so perché, non lo aspetto. Devo cambiare questi pantaloncini che grondano acqua. E decido d’un tratto di farlo, come al mare. Cerco uno scompartimento di quelli a sei, vuoto. Anche se c’è il vetro fumé, volendo dagli altri sedili possono vedere. E la porta non c’è, è stata divelta chissà quando. Ma decido di farlo.

Se passa il controllore mi multa? Sono atti osceni in luogo pubblico?

Asciugamano sopra, e levo i pantaloncini, rimango con l’elefantino intirizzito fuori, prendo le mutande, e con il pisellino che cerco di non fargli toccare il sedile del treno – ma chissà se ci riesco – ecco che metto le mutande. E in quel momento,

zac! Entra il tipo della sigaretta nel cesso del treno. E io “scusi, ma devo cambiarmi” e lui ingobbito, mesto, fa finta di niente e si mette a sedere. Vabbè. Chi se ne frega, metto le calze, i pantaloni, poi le scarpe al posto delle ciabatte da mare. Io glielo ho detto, che mi sto vestendo. E alla fine sono riuscito a vestirmi, nudo nel treno pubblico per venti secondi.

Il signore della sigaretta in effetti odora di fumo. E di tristezza. Mi dice bisbigliando “vagrhapalrm?”. Sì, vado a Palermo. “Ma lei è professore?” mi chiede. E io: no. Ma vedo che ha comprato dei libri. E lui mi dice: sì, ho comprato dei libri, vuole vedere? E mi mostra un libro anni ’70, “Fisica di base”. “Ma è difficile”, gli dico. “La sa la fisica?”. “No, ma ho fatto le superiori”, mi dice in un sussurro inintelligibile. È timido.

Mi mostra gli altri libri che ha comprato, sicuramente su una bancarella. “Viaggio in Europa” per la scuola, un sussidiario dei primi anni 2000, illustrato, sull’euro, sui paesi d’Europa, con tante foto.

E io penso che gli voglio bene, a quest’uomo.

Per la Germania, c’è la foto delle tombe che a Berlino ricordano l’Olocausto. O meglio, il monumento delle tombe. Ci sono tante cartine geografiche tutte colorate. Ecco, anche a me piacerebbe scoprire il mondo, capirlo come se ci fossero tanti disegni colorati. Anche io vorrei un libro che mi spiegasse le cose, come se fossi un bambino. Che diritto hanno di complicarmi le cose?

In tasca, nella tasca di una giacca stazzonata, di cotone beige che deve avere non meno di vent’anni, ha una copia del “Diario di Anna Frank”. Mi chiede se vivo a Palermo. No, dico, sono di Firenze. “E’ stato qui per un congresso?”. Ma perché pensa che io sia un intellettuale? No, sono semplicemente stato a trovare alcuni amici, a conoscerne altri, a respirare qualche scheggia di vita, come non faccio quasi mai. E tu? Vorrei chiederti che cosa hai fatto, perché eri a Patti, o a Messina, o dove sei salito. Ma vorrei anche andarmene da questa carrozza con l’aria condizionata guasta, dove si soffoca. Però mi dispiace, perché potresti pensare che voglio andarmene via da te. Quindi rimango lì, gocciolando di sudore. E in quel momento tu dici “fjcld, ftroppcald. Provaspostarm”. E ti alzi, e cerchi un posto più fresco.

E allora me ne vado anche io da quel forno. E mi siedo dove c’è la corrente elettrica, così posso scrivere un articolo. Passa il controllore, e all’uomo della sigaretta, seduto qualche poltrona più dietro, fa un cenno di saluto.

Chiedo al controllore “ma è un habitué?”. Non so perché mi è venuta questa parola. Mi sembrava più delicata di altre. E lui, che assomiglia a Pino Insegno, non so se capisce “habitué”, ma mi dice “Lo conosco fin dall’infanzia. Non si preoccupi, è buono, è buono come il pane. È schizzato, ma è buono come il pane”. Magari vengono dallo stesso paese, magari hanno la stessa età. Magari il controllore lo lascia andare su e giù, su e giù, senza chiedergli il biglietto. E lui, l’uomo con i libri per i ragazzi delle scuole medie, può passare le sue giornate, e vedere il mondo, vedere le bancarelle, comprare a due euro qualche libro, vedere il mare dal finestrino.

©® Copyright, foto di Giovanni Bogani

Pubblicato da scrignodipandora

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