Buristo

DI GIOVANNI BOGANI

 

Come ti doveva piacere, fare quei racconti horror che imbastivi quando non avevo voglia di mangiare.

Davanti a me, una minestra acquosa con crosta di formaggio solidificato e, sotto, croste di pane secco come pericolosi iceberg.

Oppure la solita pizza Catarì, tirata fuori dal forno con il cellophane rimasto incastrato nel pomodoro, a formare un’opera di Burri, plastica fusa in forme da conceptual art, pronta per il museo di arte moderna di Milwaukee.

E i colpi di tosse di papà, la batteria jazz della sua sofferenza. Colpi di rullante secco, altri più gravi della cassa, qualche volta starnuti come colpi di piatti, il tavolo che vibrava, e poi di nuovo il rullante, imperioso, esplosivo.

Eri Phil Collins, il suo assolo di “In the Air Tonight”. Ogni colpo che sembrava l’ultimo, definitivo. E dopo un attimo, ricominciava. Fame non ne avevo, non ne avevo più.

Ed era allora che cominciavi il racconto.

Mi raccontavi della guerra, e di che cosa finivate per mangiare. “Il buristo”, dicevi. Che cos’era il buristo? E il sangue, il sangue bollito, il sangue fritto. I roventini.

Mi parlavi della “tessera”, e io non capivo. Era la tessera annonaria, quella che dava diritto a un po’ di pane al giorno e a un uovo ogni quindici giorni.

“Il caffè non c’era, c’era la cicoria”, e nemmeno quella sapevo che cosa fosse. Mi dicevi delle file di ore per prendere il cibo con la tessera. E mi raccontavi di quella vostra nonna.

“La nonna Annita teneva con sé un sacchettino di stoffa in cui aveva messo del pane secco, e se lo portava sempre dietro, come un tesoro. Non lo perdeva mai di vista, perché il mio fratellino, che aveva tanta fame, cercava sempre di rubarglielo.

E lei gli dava tante botte, per tenerlo lontano. Tutti guardavano la nonna con odio, per quel piccolo tesoro di pane secco che teneva sempre in mano. E noi lo buttiamo via, il pane, il giorno dopo…”.

Papà, invece, che aveva quindici anni, attraversava l’Arno dove i ponti erano tutti saltati, dalla pescaia di Santa Rosa dove l’acqua era più bassa, per andare dalla parte di là e trovare qualche patata. Non so dove si trovassero le patate di là d’Arno, per molto tempo ho confuso i luoghi e ho pensato che le patate crescessero alla pescaia di Santa Rosa, dove invece c’era solo l’acqua sporca dell’Arno e le macerie del ponte bombardato.

“Capito? Mangiavamo il sangue noi. E te che hai tutto, non mangi!”.

Era vero.
Allora senza dire nulla, con pazienza, toglievo dalla pizza Catarì i pezzi di cellophane bruniti dalla cottura in forno, toglievo le olive bruciate, o grattavo il carbone via dai toast, gialli e neri come la maglia del Werder Brema. E piano piano buttavo giù il boccone.

Immagine tratta dal web

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